Tre mandorle alla finestra
scritto ascoltando "Stubborn Love" dei The Lumineers
Ci sono giorni nei quali uno non spera altro che affacciarsi alla propria finestra, in una serata piovosa, e non trovarne altro che la vita che scorre incessante: il riflesso lucido del bagliore lontano dei led dei lampioni rotto solo da macchine sfreccianti, tanto reali quanto le navi spaziali di Star Wars. Dove vanno? Che fanno? Chi sono? Perché attraversano questa via e non un'altra? Sembrano entità autonome, nelle quali i guidatori, questi enti portatori di vita, sembrano dissolversi come un fumo nero destinato ad infondere intelligenza nella macchina che passa e scorre via senza un preciso ordine o senso, senza organizzazione alcuna, senza una verità di fondo da propugnare se non il proprio moto. E che sappiamo di quel moto poi? Donde gliene viene quella potenza che le spinge? Per dove le conduce? E come pare caldo e confortante immaginare che per sé esistano e non vedere altro che la propria invincibile solitudine che le contempla e le coglie nel momento dell'esistere, perché poi ecco: passata la finestra, non sono più. Fuori dal mio sguardo, questo mondo mi pare dispiegarsi come potrebbe fare solo se a disegnarlo fosse la mia stessa intelligenza, perché altrimenti come spiegarsi che tali epifanie nascano da quanto di più umanamente prosaico io riesca ad esperire?
Bella domanda.
Il PC si è bloccato, la cucina ha più senso fuori che dentro, i muscoli mi dolgono.
Come vorrei esistere anch'io lì fuori, nel moto; o forse, come vorrei esistere lì fuori, e basta.
Almeno, queste mandorle sono dolci.
Claudio
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