Meccanica del moto del mondo e di una foglia
Se una mattina d'estate un viaggiatore, madido dall'attesa e trasognato, volgesse le lenti alla speranza dell'arrivo del suo mezzo e la trovasse colorata del cielo e di una foglia verde caduca sotto un albero che ombreggia il sole e sè; di quella sua luce che s'apprezza, che direbbe al vederne la vita filtrare soffusa e luminosa di sotto dalla pagina, non quella che non ha ancora in mano?
Ci sono mondi la cui fisica può ben essere spiegata da strumenti che sanno riguardarla attraverso anni-luce, e di questi sembriamo saperne tutto quanto ci basta per poterne dire che un giorno sarebbero un buon posto da chiamare casa; ma di questo, e di come ce ne sentiamo padroni senza afferrarne il senso ultimo, ci sforziamo di capire, quando mossi da buone intenzioni, cause e accidenti del nostro andare senza fine alla storia oppure, quando non lo siamo, che stramba simulazione alla fine risulti questo cerchio concentrico, questa elica veloce che s'avvita stretta verso una fine di fredda indifferenza.
Epperò non c'è simulazione che sappia calcolare la mia foglia e le decine di migliaia d'altre affastellate su quell'albero, che cantavano al refolo mattutino quel canto crosciante e filtravano la luce e la lasciavano trasparire e ombreggiavano il sole e ne sfumavano i tratti un momento prima delineati; non c'è mimesi che sappia dei miei rami flessuosi, direzione e inclinazione e sentimento di quel legno.
Nossignore, non c'è calcolatore che possa dirlo o insegnare a me una fisica che non conosco.
Come cada una foglia lo sa solo Dio, ma perché guardare quel verde intenso e luminoso frammisto di un azzuro tenero e pallido mi renda felice, questo posso ben capirlo.
Claudio

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